Latin lover parte II – come sfruttare l’amica della ragazza che ti piace

E adesso riscaldiamo i motori della (finora) sola macchina del tempo a nostra disposizione: l’immaginazione. Torniamo nella Roma augustea, e vediamo come se la cava il nostro giovane seduttore Valerio. Se prima vuoi ripercorrere l’inizio del nostro manuale d’amore drammatizzato, qui troverai la prima puntata.

 

L’Amore è una guerra, e per vincere, è necessario ottenere ogni possibile informazione sul nemico; e Valerio ha scoperto che in estate la Puella vive a Ostia, vicino al mare, in una villa nei pressi di un boschetto, in cui lui si apposta da giorni. Nel cortile, i servitori stipano moggi grano e otri gonfi di olio e di vino, e gettano pesci ancora vivi in piscina, per averli freschi fino al momento di arrostirli. Della Puella, mai vista nemmeno l’ombra, ma Valerio ha notato che la sua ancella – quella che era con lei alle corse – si reca ogni mattina in spiaggia con un cestino.

«E se qualcosa non saprai, tu dilla» – P. Ovidius Naso

Per Ovidio, un’ancella può essere un’alleata formidabile, a patto che tu non seduca anche lei, perché nessuna donna, schiava o matrona, è disposta a cedere a un’altra l’uomo che desidera. Qui ti tornerà utile la Zona Amici: entraci con l’amica di colei che ti piace.

Passeggiando sulla spuma, la delicata egiziana intona canzoncine sugli amori infelici fra dèi e mortali, interrompendosi di tanto in tanto, quando trova conchiglie colorate, che raccoglie e mette nel cestino. Tutte quelle conchiglie ricordando a Valerio un verso che ha letto proprio nell’Arte di Amare: quante sono le conchiglie sulla spiaggia, tante sono le pene d’amore (che Valerio crede d’evitare).

Le schiavette hanno il palato facile, e Valerio ha l’esca adatta, strappata a una vigna. E mentre la schiava canta in lacrime la triste fine dell’amore tra Cupido e Psiche, e la brezza le incolla la veste alla pelle bruna, che risalta sotto le trasparenze, si fa avanti Valerio, che riprende a cantare dall’ultimo verso, lasciato in sospeso dalla schiavetta. Questa si volta, pronta a scappare, occhi sbigottiti e paniere stretto al seno, ma rimane quando Valerio si toglie il cappuccio, e si fa riconoscere come il quello delle corse.

«Tu guarda cosa doveva capitarmi oggi: incontrare nientemeno che Cleopatra!»

«Non sono Cleopatra» fa lei.

«Se non sei Cleopatra, allora sei sua sorella.»

«Nemmeno così è. Ti stai proprio sbagliando.»

«E questo mi spiace, perché proprio qui ho una delizia degna di una regina d’Egitto» e Valerio estrae dalla sacca un grappolo maturo d’uva color porpora, profumata come vino zuccherino; ne strappa l’acino più grasso e lo mette in bocca, voltando le spalle alla schiava.

«Allora – chiede lui, sbirciando l’espressione di desiderio della ragazza – chi sei, se non sei Cleopatra?»

«Mi chiamo Filenia e sono nata a Cirene» e racconta che l’hanno comprata a Creta quando era ancora una bambina, dieci o dodici anni fa (non sa fare il conto).

«Lo sai, penso che ti farò assaggiare l’uva» dice lui, porgendole un acino alle labbra, e la ragazza l’addenta felice, e subito Valerio gliene fa mangiare un altro più succoso. Dal rossore e da come sgrana gli occhi bruni – che le si sono anche inumiditi – Valerio intuisce che Filenia mangia solo polenta e acqua di pozzo, come tutti gli schiavi.

«Buona?»

«Buonissima!»

«Te ne darò ancora – fa lui nascondendo l’uva – se risponderai a una domanda.»

«Ora devo andare via: devo pettinare la mia signora e intrecciarle le conchiglie nei capelli» e mostra tutte quelle che ha raccolto nel cestino: ce n’è da rivestire un trono.

«Una domanda sola» dice lui mangiando l’uva.

«Che vuoi sapere?»

«Il nome della tua signora»

«Se è solo questo che vuoi sapere…» dice lei, e inizia un elenco, come se recitasse versi a memoria: «Si chiama Aurelia Orestilla, figlia di Lucio Aurelio Oreste, figlio di…»

«Aurelio Oreste, hai detto? – la interrompe lui – Il commerciante?»

«Così è: Aurelio Oreste il commerciante.»

Tra tante ragazze, Valerio aveva scelto l’unica figlia dell’uomo che inondava l’Urbe di miele ibleo, da cui guadagnava abbastanza da mantenere una flotta di sette navi e circa trecento schiavi. Se la tua prescelta ha tutto, o può ottenere tutto con facilità, giocare diventa difficile.

«E tuo padre è ricco come il padre della mia signora?» domanda lei con ingenuità.

E Valerio ha dimenticato la menzogna propinata ad Aurelia circa gli affari di suo padre. Del resto, per Ovidio è sempre meglio mentire; anche un moderno poeta della seduzione afferma: «Una bugia non è altro che una bella storia che qualcuno rovina con la verità.»

«Una bugia non è altro che una bella storia che qualcuno rovina con la verità.» – Barnabus Stinson

«Sono ricco anch’io – taglia corto Valerio, e poi subito: – la tua signora viene mai qui?»

«Non viene mai – ridacchia la schiava – perché ha la paura di essere pizzicata dai granchi.»

E Valerio infilò la mano nella sacca e tirò fuori un fagotto di panno scricchiolante, e lo fece cadere nel cestino di Filenia, e lo seppellì sotto le conchiglie sonanti, raccomandandosi di consegnarlo ad Aurelia e di non aprirlo prima, ricordandole la storiella di Pandora.

«Invece questo è tutto per te» dice lui sorridendo, mettendole in mano il grappolo d’uva.

«Tutto per me?»

«Sì, e te ne darò ogni volta che vorrai. Adesso siamo amici.»

Pandora curiosa

Meno d’un’ora dopo, Filenia entra nel cortile della villa, dove l’attende Aurelia, braccia ai fianchi. «E allora, perché ci hai messo così tanto? Che vi siete detti?» domanda stizzita Aurelia, che ha percepito l’alito d’uva della propria schiava.

«Voleva sapere tante cose su di te.»

Aurelia infila la mano nel cestino e passa le dita bianche tra le conchiglie, soddisfatta. Trova il fagotto di panno, e lo raccoglie: dentro, una collanina di coralli color fuoco.

«Te lo ha dato lui?» chiede Aurelia, occhi stretti.

Filenia scoppia a piangere. «Sì… lui…»

«È così che fai? Accetti uva dagli uomini – strilla Aurelia – e rubi i miei regali?»

«Perdono!»

Aurelia ordina a uno schiavo numida di coccolare Filenia con la frusta per un’ora intera, poi torna in camera, e indossa la collana di coralli e si guarda allo specchio. Il nuovo amichetto di Filenia ha gusto, ma dev’essere o molto tirchio o molto povero: quello è il genere di collane che i vagabondi ti tirano dietro per mezzo asse.

E passeggiando per il cortile, nel tardo pomeriggio, Aurelia scorge l’ombra fulminea di un cappuccio. Sorride: quando le piaghe di Filenia saranno rimarginate, andranno a farsi una passeggiata sulla spiaggia.

 

Adesso torniamo al nostro tempo; vedremo poi come Valerio riuscirà – se riuscirà – a conquistare Aurelia.

 

Come buon vecchio Martino Brescia immagina Publio Ovidio Nasone.

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