Stan “The Man” Lee: un grande scrittore americano (e mondiale)

Martino Brescia ritrae il momento in cui la nostra infanzia fu salva!

 

 

Siamo nei primi anni ’60, e in uno studiolo ricavato dallo sgabuzzino di un appartamento a New York, un Uomo, con grossi occhiali ombrati, si regge la testa tra le mani, davanti a una macchina da scrivere ancora muta. Di idee ne ha tante,ma non vanno bene per quello che gli hanno chiesto di fare: scrivere la storia di un gruppo di supereroi, senza star lì a perder tempo con approfondimenti psicologici o messaggi ‘letterari’; non importa il messaggio, l’importante è che ci siano tizi muscolosi coi pigiami colorati che prendano a pugni i cattivi, e finita l’avventura, che si tolgano i pigiami e ritornino alla loro bella vita. Per anni l’Uomo ha dovuto scrivere quella robaccia insulsa e infantile, ma adesso dei supereroi ne ha piene le calzamaglie, e piuttosto che una sceneggiatura, ha deciso che scriverà una lettera di dimissioni.

Ed ecco che nel momento della verità, sua moglie entra nello studiolo e gli porge una tazza di caffè. «Prima di mollare – gli dice – scrivi un fumetto di cui andresti fiero. Al massimo ti licenzieranno, ma tu hai già deciso di lasciare, no?» L’Uomo sorseggia il caffè, e seguendo il consiglio di sua moglie, batté sui tasti la prima parola di una nuova sceneggiatura: Fantastic.

Stan Lee e Joan Boocock, 1950 ca.

Insomma, amico mio, quella donna, Joan Boocock, ha salvato la tua e la mia infanzia, e quella di milioni di altri in tutto il mondo. Se Stan Lee – l’Uomo – non avesse scritto quello che poi sarebbe stato The Fantastic Four 1 per la Marvel, è probabile che anche i supereroi DC più forti – Superman e Batman – prima o poi sarebbero defunti per ‘mancanza d’anima’.

Sin da bambino, da quando scoprii che aveva creato l’Uomo Ragno, Stan Lee divenne per me un modello da seguire, e mi affascinava come avesse rivoluzionato un medium senza dubbio popolare come il fumetto supereroico rendendolo così… letterario!

Stan il Sorridente, 1970 ca.

Mi colpiva soprattutto il fatto che usasse lo pseudonimo di Stan Lee perché voleva tenere il suo vero nome – Stanley Martin Lieber – per quando avrebbe scritto il grande romanzo americano. La cosa buffa è che, alla fine, è stato Stan Lee, e non Stanley Lieber, a scrivere quel romanzo.

Detto questo, vediamo quelli che sono i legami tra Stan Lee – il cui stile scanzonato e confidenziale pare modellato su quello di Mark Twain – e alcuni grandi romanzieri americani.

 

La X Scarlatta: il bigottismo della società americana, da Nathaniel Hawthorne agli X-Men

Gli americani sono bigotti e si sa. Del resto l’odierna società americana nasce dal Puritanesimo del XVII secolo. Ora, nel dicembre del ’68 – in pieno fermento per i diritti civili – Stan Lee scriveva:

X-Men 8, 1964

Diciamolo. Diciamolo senza peli sulla lingua. Il bigottismo e il razzismo sono tra le peggiori piaghe sociali del mondo contemporaneo. Ma, a differenza di una squadra di super criminali in costume, non possono essere messi a posto con un pugno sul naso o un colpo di pistola a raggi. L’unico modo per sconfiggerli è smascherarli, rivelare quale insidioso male rappresentino. Il bigotto è un uomo che odia, irragionevole, che odia ciecamente, con fanatismo, indiscriminatamente. Se il suo obiettivo sono i neri, odia tutti i neri. Se un ragazzo con i capelli rossi l’offende, ecco che li odia tutti. Se uno straniero ottiene il lavoro che voleva, ce l’ha con tutti gli stranieri. Odia persone che non ha mai visto né conosciuto, con eguale intensità, eguale veleno in corpo.

 Stan’s Soapbox, dicembre 1968

Del resto Stan Lee era anche un abile venditore, e il modo con cui ha venduto la sua immagine in tutti questi anni lo dimostra. Gene Colan, il disegnatore che creò con lui il personaggio di Falcon (il primo supereroe afroamericano della Marvel[1]) ricorda come Stan Lee fosse sempre in prima linea, quando si trattava di seguire trend sociali o politici.

Marvels 2, 1994

Il tema del bigottismo mi riporta a La Lettera Scarlatta, di Nathaniel Hawthorne, ambientato nel 1630, in pieno periodo coloniale, nel Massachusetts puritano. Nella Lettera, la bella Hester partorisce una figlia pur essendo suo marito lontano, e viene umiliata dai bostoniani bacchettoni, che le marchiano l’abito con una A scarlatta, per identificarla a vita come adultera. Peccato che il padre della bambina sia proprio il reverendo Dimmesdale, che è anche padre spirituale della comunità, santissimo e gran moralista.

X-Men 8, 1964

Come la figlia di Hester è frutto del peccato, così gli X-Men – e i mutanti in generale – sono figli dell’era atomica, il peccato americano derivante dalla voglia di superare tutto e tutti (soprattutto i sovietici) in fatto di armi ed energia. Con molta ipocrisia, gli abitanti dell’Universo Marvel odiano quei mutanti che proprio loro hanno contribuito a creare tramite l’abuso delle radiazioni.

Anche i mutanti Marvel hanno la loro lettera scarlatta, ed è la X che contraddistingue i loro geni. Eppure gli X-Men difendono gli umani nella speranza di una convivenza pacifica, un po’ come fa Hester quando aiuta i poveri della comunità che l’ha marchiata per sempre.

 

Moby Dick von Doom: l’eterna lotta contro la Natura matrigna, da Hermann Melville ai Fantastici 4

I Fantastici 4 hanno avuto parecchia sfortuna al cinema. A parte il mai distribuito film di Roger Corman del 1994, ricordo il primo film di Tim Story del 2005 come una commedia, e l’ultimo diretto da Josh Trank – che ha girato uno dei miei film preferiti, Chronicle – aveva davvero poco di fantastico.

Se proprio vogliono riportare i Fantastici 4 al cinema, magari in ambito MCU, penso che dovrebbero ispirarsi a Rick e Morty, almeno nelle tematiche. I Fantastici 4 sono scienziati che affrontano alieni, esseri extra-dimensionali, viaggiatori del tempo, pianeti viventi… sono gli Sfidanti dell’Ignoto della Marvel (del resto sono un rifacimento di una precedente creazione di Jack Kirby per la DC, i Challengers of Unknown, appunto).

Fantastic Four 48, 1966

Ora, prendi Moby Dick, che è considerato il romanzo americano per eccellenza: c’è un marinaio sfregiato, Ahab, che dedica la sua vita alla caccia del tremendo capodoglio – allegoria della Natura – che lo ha mutilato. Questa è la metafora dell’eterna lotta dell’Uomo contro la Natura, che non conosce Amore. Quest’ultimo l’abbiamo inventato noi umani, ma in Natura i forti stroncano i deboli ogni giorno: è vero a livello infinitesimale (pensa alle cellule cancerogene che divorano quelle sane) e a livello cosmico (i buchi neri che divorano le stelle più piccole). E l’Uomo è l’unica creatura nell’Universo, forse, a ribellarsi o a illudersi che così non è: chi si illude inventa le religioni, mentre chi si ribella usa la Ragione per creare leggi e tecnologie che mitighino quest’assurda verità.

Fantastic Four 51, 1966

I Fantastici 4 sono i nostri Ahab: proprio come il capitano si imbarca per una caccia alla misteriosa balena, così Reed, Sue, Johnny e Ben sono quattro astronauti che vanno a caccia dei misteriosi raggi cosmici; e come la balena sfregia Ahab, così i raggi cosmici rendono i quattro dei mostri, soprattutto la Cosa. E pur sfregiati nell’animo e nel corpo, i F4 continuano a imbarcarsi contro i nemici più grandi dell’Immaginazione stessa: mostri sotterranei, razze aliene imperialiste, dittatori mistici, principi di Atlantide, divoratori di mondi! Prendi Galactus, e dimmi se non è una rielaborazione cosmica di un mostro marino, nelle cui azioni non c’è cattiveria, ma solo istinto naturale: per Galactus la Terra è un boccone come tanti, ma i Fantastici 4 si ribellano a quello che altrimenti sarebbe il naturale corso degli eventi.

E poi c’è lui, il Dottor Destino, il cattivo in cui da ragazzino adoravo immedesimarmi. Victor von Doom è più il Ahab di tutti: voleva vincere la morte (per riportare in vita sua madre) e ha tentato di piegare la natura con la scienza e la magia, finendo sfregiato.

Fantastic Four Annual 2, 1964

Il Dottor Destino è talmente ribelle verso la Natura che è pronto a sacrificare ciò che ci rende tutti uomini, e ciò che i Fantastici 4 hanno giurato di difendere: la libertà di scegliere.

 

Addio alle bombe Gamma: la mostruosità della guerra, da Ernest Hemingway all’Incredibile Hulk

I riferimenti letterari nella storia di Hulk sono forse più evidenti di tutti, anche perché lo stesso Stan Lee disse di essersi ispirato a Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde per quanto riguarda la trama, e al mostro di Frankenstein per l’aspetto dell’alter-ego di Bruce Banner. Su Hulk potrei tenerti anche una lezioncina su Nietzsche devastante quanto una bomba gamma, ma questa me la riserbo per qualche altro articolo.

The Incredible Hulk 1, 1961

Più sottile è il legame tra Hulk e il romanzo di Ernest Hemingway, Addio alle armi. Nel romanzo, Frederic, un giovane volontario americano, arriva in Italia durante la Grande Guerra, e si unisce a un servizio di ambulanze, e qui vede che cos’è davvero la guerra: al netto della propaganda di Stato, la guerra è il perpetuo sbudellamento di giovani soldati. La guerra non ha niente di eroico, a differenza di quello che ti propinano i re e i presidenti. Poi Frederic si innamora di Catherine, diserta dopo Caporetto, e viene inseguito dai Carabinieri che vogliono arrestarlo per diserzione. Alla fine, Catherine muore, e Frederic si trova a vagare da solo, proprio come faceva Bill Bixby alla fine di ogni puntata dell’Incredibile Hulk.

The Incredible Hulk 1, 1961

Addio alle armi è il romanzo della caduta dei valori legati alla guerra, dove il protagonista si rende conto dell’ipocrisia che si cela dietro tante belle parole nazionaliste: la guerra è una mostruosità, e ne sopporta il fardello da solo, certo che nessuno lo capirà, e anzi, sa che gli altri lo perseguiteranno, come i Carabinieri che inseguono il disertore Frederic e il generale Ross che vuole catturare Hulk.

The Incredible Hulk 1, 1961

In nome della supremazia americana sui comunisti, Bruce Banner ha creato una bomba Gamma, uno strumento di morte e devastazione, ed è proprio quella bomba ad averlo tramutato in un mostro. Se Frederic di Addio alle armi simboleggia la generazione dei giovani americani imbruttiti dalla Guerra Mondiale, Hulk è la metafora dell’America incattivita dalla Guerra Fredda: è lo Zio Sam che si trasforma in un mostro di Frankenstein con la mente di un mister Hyde. La guerra genera mostri, e la guerra nucleare ne genera anche di più brutti, e Stan Lee ha creato Hulk per ricordarcelo.

Mi chiedo se da ragazzo Donald Trump leggesse i fumetti.

 

Diavoli e topi: la dura vita dei poveri nella periferia, da John Steinbeck a Daredevil

Daredevil è forse il personaggio più classico – leggi, meno approfondito – creato da Stan Lee nel quinquennio tra il 1961 al 1966. L’idea di un supereroe cieco non era nemmeno nuova, perché la DC aveva già Doctor Mid-Night, un ipovedente che di notte combatteva il crimine insieme a un gufo, sulla falsariga di Batman.

Daredevil 1, 1964
Daredevil 1, 1964

Il primo Daredevil rientrava nell’archetipo dello swashbuckler, (in italiano diremmo guascone) a cui corrisponde il tipico eroe del romanzo d’avventura ottocentesco, come i dumasiani d’Artagnan e Conte di Montecristo, o i salgariani Sandokan e Corsaro Nero: eroi romantici e atletici, sempre pronti a menare le mani, mossi più che altro da sentimenti forti, come la vendetta o l’amore. Saranno altri sceneggiatori a creare per Daredevil la caratterizzazione da ninja urbano dannato con cui è conosciuto oggi.

Quando immagina Daredevil, Stan Lee fa crescere Matt Murdock a Hell’s Kitchen, un quartiere degradato di New York, e lo rende figlio di un pugile prezzolato che si vende a un gangster per un pugno di dollari, il che mi riporta a Uomini e topi, di John Steinbeck.

Daredevil 47, 1968

In Uomini e topi gli uomini impoveriti diventano bestie che possono contare solo sulla forza bruta, ma sognano al contempo una vita migliore. Steinbeck scrive negli anni della Crisi economica e della morte del Sogno Americano, e popola i suoi romanzi di sbandati forzuti che desiderano vivere meglio. Jack Murdock, il padre del futuro supereroe, inculca al figlio il valore dello studio, perché non vuole che cresca nell’inferno della strada come ha fatto lui, e sogna per Matt una vita migliore, da medico o da avvocato. Quando i primi critici dicevano che Daredevil fosse lo Spider-Man dei poveri era vero: Stan Lee ha creato l’eroe degli ultimi, come quel pugile esausto, ma ancora deciso a vincere, che si rialza e combatte per portare il pane a ai figli.

 

Il grande Spidey: umani troppo umani destinati alla solitudine, da Francis Scott Fitzgerald a Spider-Man

Sul vero ruolo di Steve Ditko nella genesi di Spider-Man ci sarebbe da parlare, ma è certo che l’Amichevole Uomo Ragno di Quartiere sia il personaggio firmato da Stan Lee più amato al mondo.

Amazing Fantasy 15, 1962

Alcuni sono convinti che Spider-Man abbia rivoluzionato il mondo dei comics supereroistici perché, per la prima volta, il ragazzino diventa l’eroe e non la spalla. In realtà di supereroi ragazzini protagonisti già ce n’erano: su tutti, Billy Batson, che si tramuta nel potentissimo Capitan Marvel quando grida Shazam! Peter e Billy sono entrambi orfani, ed entrambi hanno il nome consonantico, ed entrambi vengono investiti da poteri straordinari, ma se Billy è un allegro bambino che ogni tanto si trasforma in un eroe (troppo!) simile a Superman, Peter è un adolescente il cui unico desiderio è quello di infilare le sue manine appiccicose nelle mutandine di Liz Allan (primissimo interesse amoroso del personaggio).

Il film di supereroi più bello in assoluto non è mai stato girato: Spider-Man, di James Cameron. Nel trattamento, che puoi ancora trovare su internet, anche in italiano, c’è una scena – molto forte, non aspettarti di vederla di un film della Marvel – in cui Peter si sveglia sotto le lenzuola e si ritrova immerso in un liquido biancastro e colloso. Erano solo ragnatele, okay, ma la metafora è chiara: Peter è diventato un uomo, un maschio, un predatore.

Come ho detto sopra, l’Amore in natura non esiste, men che meno esiste tra maschi e femmine; amare una persona – cioè scegliere di esserle fedele e di rispettarla per sempre – è una scelta che fanno solo (alcuni) esseri umani, perché l’unico scopo della Natura è la riproduzione, e Peter desidera ciò che desiderano tutti i maschi: riprodursi. Come i ragni cacciano le mosche attirandoli nella ragnatela, gli uomini attirano le donne col filo della seduzione solo per fare i cuccioli, ma che ci sia l’Amore o meno, dipende dagli individui.

Amazing Spider-Man 33, 1966

Se Peter obbedisse solo alla natura di predatore insita in ognuno di noi, sarebbe solo The Spider e sarebbe uguale ai cattivi che combatte; ma come un vero uomo, Peter sceglie di amare: ama i suoi zii, ama Liz (e poi Betty, e Gwen, e Mary Jane…) e ama i più deboli. L’Amore è cosa da umani, ed è sconosciuto a bestie crudeli come i ragni. Per questo Peter è Spider-Man: solo una volta si è comportato da bestia egoista, e ha capito a suo discapito che da un grande potere, derivano grandi responsabilità.

Amazing Fantasy 15, 1962

Peter Parker è Jay Gatsby in calzamaglia: il protagonista de Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald organizza una festa dopo l’altra solo per attirare a sé – come in una ragnatela – la superficiale Daisy, e vorrebbe che lei lo amasse solo per i soldi che ha. Così fa Peter: nei primi numeri vorrebbe tanto togliersi la maschera davanti ai suoi compagni e ottenerne l’ammirazione. Gatsby ha i soldi e Peter i poteri; Gasby organizza feste e Peter salva gli innocenti; Gatsby non ha veri amici e Peter viene rifiutato tanto dai suoi compagni di classe, in quanto secchione, tanto dall’opinione pubblica (sua zia compresa) in quanto Spider-Man.

Entrambi sono destinati alla solitudine. Sono umani troppo umani, incapaci di prendersi meno sul serio, decisi a tutto pur di seguire il loro folle idealismo, nella speranza che un giorno possano ottenere l’amore della donna o il successo, o anche solo il rispetto che desiderano.

 

Be’, ‘nuff said.

Forse penserai che io abbia un tantino esagerato con i parallelismi, e che in fondo Stan Lee abbia solo scritto fumetti. Okay, ci sta, però pensa a Euripide, che ha infarcito di super-problemi eroi come Ercole o Edipo, riempiendo i teatri di pubblico, un po’ come oggi migliaia di famiglie si radunano nei cinema di tutto il mondo per assistere alle avventure dei personaggi di Stan Lee.

La Letteratura ha una funzione sociale ed emotiva, e le grandi opere d’arte ci uniscono, ci commuovono e ci ispirano; mentre la cosiddetta letteratura alta di solito è imperniata su robe pretenziose che molto spesso non vengono lette nemmeno dall’editore che le pubblica. Preferisco la prima, e lascio la seconda agli snob che fingono di capirla agitando brandy nei calici.

Alla fine Stan Lee ci è riuscito. Un grande romanzo lo ha scritto davvero. Dovremmo spillare insieme tutti i primi numeri firmati da lui, e otterremmo un perfetto romanzo umano per ragazzi.

Ammettiamolo tutti, tigrotti: Stan ha fatto centro.

 

 

[1] Sì, sì, lo so, lo so: Stan Lee aveva già creato Black Panther, ma questi non è afroamericano, perché originario dell’Africa.

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