Latin lover parte III – come farsi fregare dalla ragazza amata e rimanerci male subito dopo

Nelle scorse puntate abbiamo visto Valerio iniziare e condurre la sua caccia erotica ad Aurelia. Per tutta l’estate, Valerio ha fatto la posta nel bosco vicino alla villa di Aurelia, attendendo anche ore, sotto il sole o al freddo, i messaggi che gli portava Filenia. Ogni volta che vedeva Filenia giungere con una pergamena, Valerio si sentiva così elevato, leggero… e leggendo le risposte dell’amata, provava un’energia tale da credersi capace di conquistare la Gallia! Forse anche Cesare – immaginava – era stato innamorato (se d’un uomo o donna, erano affari suoi).

Aurelia, invece, se ne stava al fresco della sua cameretta, a gingillarsi con le perle; ogni tanto spiava dalla finestra, scorgendo il cappuccio del suo spasimante nel verde dei cespugli. Suo padre conservava una copia dell’Ars Amatoria, e lei – che sapeva leggere – l’aveva studiata bene: conosceva tutti i trucchi che gli uomini utilizzano sulle donne e aveva intuito come ribaltarli, come fa quella strega ingegnosa che crea dei contro-incantesimi per combattere un mago suo avversario. Del resto, l’Amore è come un duello magico: alcuni incantesimi attecchiscono e feriscono, altri svampano.

Finisce l’estate, e Aurelia legge l’ennesimo papiro in cui Valerio le dedica un’elegia in distici. Aurelia sbuffa; ormai il gioco va avanti da settimane e le è venuto a noia. «Filenia – ordina alla schiava – portagli questo messaggio, e finiamola.

«Oh – sussurra Filenia – smetti di scrivergli?»

«Non impicciarti e pensa a sbrigarti, ficcanaso! E torna subito, ché devi prepararmi un unguento.»

Di malavoglia, Filenia scende, e si addentra nel boschetto, e avanza accorta tra i cespugli; e Valerio appare oltre un tronco, affannato come un cane smanioso dell’osso promesso dalla padrona.

«Salute, amico mio. Ho un messaggio per te, forse l’ultimo.»

«L’ultimo? Di che stai parlando?»

Valerio strappa il rotolino di pergamena dalle mani di Filenia con le dita che tremano, e si appoggia al tronco, e svolge il rotolo con unghia incerte, e legge muto; fa un balzo, felice come un satiro alle celebrazioni dei Saturnalia, e Filenia non capisce.

«Vuole incontrarmi!» esulta lui. L’incontro è fissato per quella sera stessa nel Giardino di Venere.

 

Ora, nell’Arte di amare, Ovidio consiglia ai maschi come rendersi presentabili per un appuntamento galante, senza imbellettarsi troppo e limitandocisi a lavarsi e a sbarbarsi e a indossare abiti sobri. Nella tinozza, Valerio sgrassa le unghie, e specchiandosi, ricaccia i peli più lunghi nel naso; alita sullo specchio, annusando: sotto le narici altrui, non putire come un caprone, dice Ovidio.

Intanto, nella villa di Oreste, anche Aurelia si prepara per ridurre Valerio alla sua volontà. È sempre di Ovidio un trattatello sulla cura estetica per le donne: Medicamina Faciei Femineae; Aurelia ne segue i dettami come un’incantatrice che prepara pozioni da un libro di alchimia, e fa pestare insieme bulbi di narciso, e tuorlo d’uovo, e grandi d’orzo e miele. Filenia le spalma l’intruglio e le massaggia le gote e la fronte e il naso, e quando la patina dorata cede, la pelle di Aurelia appare come modellata da Venere. Indossata una stola azzurra sulla veste bianca, Aurelia è pronta a incatenare Valerio al desiderio.

 

Lo chiamano il Giardino di Venere perché vi sorge un tempietto dedicato alla signora dell’Amore. È buio, e Valerio invoca la benedizione della Dea palpandone le natiche da una statua.

«Genitrice degli Eneadi, voluttà di uomini e dèi, Venere nutrice: infiammami d’ardore! – sussurra alle natiche – e ricopri la mia lancia con acciaio degno di Vulcano tuo sposo, ch’io possa vincere!»

Nel mentre, dalla lettiga sorretta da quattro eunuchi discende Aurelia, e Filenia va da lei. La schiava era lì dal pomeriggio, col compito di spiare le mosse del nemico innamorato.

«È qui da ore, ma non m’ha visto.»

«Che fa?»

«Prega il culo di Venere.»

Aurelia scoppia a ridere, ma Filenia ci rimane male: per lei pregare è cosa seria.

Con le mani ancora incollate alle natiche di marmo, Valerio avverte l’effetto indurente delle preghiere; mani fredde gli accarezzano spalle e nuca, e Valerio sperimenta i brividi dell’ariete sull’altare sacrificale.

«Venere ha già esaudito le tue preghiere?»

«Aurelia… ringrazio gli dèi che tu sia qui!»

Aurelia infila la mano nella toga di Valerio e constata che Vulcano ha innestato l’acciaio. Si abbracciano, e si accarezzano si annusano, e scendono con le mani verso il basso.

«Dobbiamo ringraziare gli dèi – sussurra lei – con un sacrificio.»

«E quale animale vuoi offrire loro?»

«Tu possiedi già la lama, e io voglio sacrificare una tenera agnellina dal vello fulvo.»

Come un fiume inarrestabile rompe gli argini, così il desiderio soffoca la ragione del ragazzo, e ridendo, Aurelia lo allontana e fugge verso il tempio, e Valerio le corre dietro. Nel tempio buio, Valerio chiama l’amata ingoiata dalla tenebra, e si sente spingere a terra; Aurelia lo cavalca facendo versi da lupa, e gli prende il viso e lo graffia.

Cala la notte sul Giardino, e Aurelia fa a Valerio ciò che più le piace. Poi lei esce dal tempio, sola, e torna da Filenia, che è lì ad aspettarla. È vestita e acconciata come quando è arrivata. «Andiamo» ordina la giovane, e vanno via.

 

Adesso Valerio è posseduto, e il ricordo del sacrificio con Aurelia gli toglie il sonno. Il giorno dopo già le riscrive, appostato nel bosco come sempre, ma non arriva risposta. Intanto la sua testa è tempestata dal ricordo delle sue mani sulla carne di Aurelia, e nella mente si materializzano immagini di Aurelia che lo deride per la scarsa prestanza. A lui il sacrificio è piaciuto, ma l’idea che Venere lo abbia abbandonato lo imbestialisce.

Pochi giorni dopo, Valerio trova Filenia che raccoglie fiori colorati da un campo là vicino.

Lui la afferra per il braccio, che torce, e la fa piangere. «Perché non risponde?»

«Amico mio, mi fai male! – piagnucolala schiava – la signora ormai pensa ad altro, mi dispiace.»

Intanto l’estate passa e ricomincia l’autunno con le sue piogge, e Valerio attende risposta, infradiciandosi. Poi la famiglia di Aurelia torna a Roma, e Valerio – sempre più schiavo del ricordo di quella notte – prende a piantonare anche la ricca domus che Oreste possiede in città.

E finalmente, una mattina, dopo aver passato la notte coricato sotto la finestra di Aurelia, Valerio si ridesta e si massaggia il collo, e trova accanto a sé un pacchetto. Lo svolge con la stessa emozione di quando aveva ricevuto l’invito al Giardino di Venere, e vi trova una conchiglia purpurea, dalle spine che gli pungono le mani a sangue. La pergamena che l’accompagna recita “Le conchiglie sulle spiagge sono tante quanto le pene d’amore”.

Fa per lanciare la conchiglia sul muro, ma ci ripensa e la nasconde nella sacca. Sente dolore ovunque, come se lo avessero trapassato con trenta frecce, e torna a casa.

 

Potremmo anche finirla qui, ma ci tengo a mostrarti come Valerio si riprende dalla delusione.

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