Latin lover parte IV – come rimediare all’innamoramento capestro e superare le delusioni d’amore con dignità

Quattro giorni dopo aver messo tra le mani di Valerio quella conchiglia dalle spine crudeli, Aurelia si alza dal letto e ordina a Filenia di farle un massaggio alle spalle.

«Lui è ancora là?» sbadiglia Aurelia.

«Così è, signora – risponde Filenia – Lui è sempre là.»

Nuda, Aurelia si alza dal lettino e si affaccia alla finestra, e vede Valerio rannicchiato: se ne sta contro il muro, sporco e incappucciato come un mendicante; e Aurelia ride. «Povero stupido» sogghigna, ma Filenia non l’asseconda come farebbe un’onesta valletta. «Ti dispiace di lui?»

«È che mi guarda come un cane affamato, così a volte gli lascio gli avanzi.»

«Cosa?»

«È cibo che avresti buttato, signora!»

«Non ti permetto di distribuire cibo ai mendicanti!»

«Ma non è un mendicante, mia signora… è mio amico.»

«Piccola traditrice, ora ti insegno!»

E Aurelia chiama Crisso, e gli fa massaggiare la schiena a Filenia con lo scudiscio. Per tutto il pomeriggio, gli schiocchi e le urla della schiava riecheggiano fino in strada; poi viene a piovere, e Aurelia si gode le elegie di Catullo, un altro illuso! La pioggia che picchia sulle tegole la rilassa, e il profumo delle gocce la eccita. Interrompe la lettura, e per curiosità guarda di fuori: Valerio è lì, zuppo; Aurelia sbuffa.

Diventa notte, e Valerio si trascina al portone, sigillato da una lorica di grossi lucchetti. Ora, nell’elegia latina esiste un motivo poetico chiamato paraclausithyron, che significa “pianto presso la porta”, alla quale il poeta implora di aprirsi, perché possa salire dall’amata per farci le porcate (e se pensi che tutto questo sia ridicolo, pensa ai cantanti adolescenziali di moda adesso). Tornando a Valerio, questi si inginocchia davanti al portone di Oreste e inizia un paraclausithyron:

 

Chiavistelli, oh chiavistelli!

Vi prego, danzate e tintinnate

Selvaggi come barbari della Scizia,

E smollatevi da lì, e fatemi passare!

Fatemi salire dalla tenera fanciulla

che mia triturato l’anima

come una biga con quattro cavalli

maciulla le ossa di uno schiavo

nell’arena del Circo Massimo.

 

Poi Valerio inventa una similitudine tra il suo cuore spezzato ed Ettore trascinato nella polvere, quando i chiavistelli prendono a tintinnare davvero, e la porta si apre con un botto: ne esce Crisso armato di randello. Valerio scappa; e dal letto, Aurelia ha sentito tutto.

 

Valerio trascorre il resto della nottata nel Giardino di Venere, e ubriaco, va dalla statua.

«Venere mia… io che ti sono servo fedele… cosa ho fatto per meritarmi questo castigo?»

La statua tace.

«Mandami un segno – continua lui tra singhiozzi – dimmi che c’è ancora speranza!»

La Venere rimane ancora zitta, e gli mostra le chiappe come per prenderlo in giro; colto dalla blasfemia, Valerio urla: «Traditrice degli Eneadi, calamità di uomini e dèi, Venere puttana!» e raccoglie un sasso e glielo lancia sulla faccia di marmo, spezzandole naso e labbra.

«Fulminami. Fulminami adesso, maledetta strega puttana e tentatrice che trasformi i maschi in maiali! Fulminami!»

Calma.

La Venere sfregiata séguita nel suo silenzio, e la fede si spegne in Valerio, ma si accende in lui la certezza di aver creduto in dèi falsi e bugiardi; come dice quel filosofo, quell’Epicuro: gli dèi, sì, ci sono, ma si godono l’immortalità e se ne fregano dei mortali, mentre noialtri futuri abitanti di tombe preghiamo e ci consumiamo nella speranza che ci ascoltino. E se l’umiliazione d’amore gli pesa quanto un’incudine, per Valerio la certezza di un mondo senza dèi è una martellata, e torna a casa con una nuova idea in testa.

In casa, Valerio rovista tra le cose di suo padre, che dovrebbe possedere una corda. Ha deciso che si farà vedere da Aurelia un’ultima ancora, appeso all’albero per il collo, e spera almeno che le labbra gli si contorcano nella morte in una smorfia beffarda.

La corda manca, ma rinviene un rotolo, sulla cui etichetta c’è il nome di Ovidivs, mentre sull’altro lato è riportato il titolo di un poemetto: Remedia Amoris, la cura dell’Amore. Passa la notte a leggere il poemetto, più breve dell’Ars, a cui è un antidoto.

Ovidio dedica i Remedia amoris ai ragazzi delusi, cui offre consigli per superare la sofferenza. Per esempio, ti consiglia di concentrarti sui difetti fisici – che hanno tutti – della tua innamorata, alla quale magari risale l’alito cattivo perché le si chiude male la bocca dello stomaco, o ancora, le crescono i baffi neri o il pizzetto da capretta sotto il mento. Di Aurelia, però, Valerio ricorda soltanto l’alito fruttato e la pelle di pesca delle natiche; scaccia via questi pensieri dalla sua testa come mosche che svolazzano intorno un melone marcito.

L’altro consiglio – che Valerio trova migliore del precedente – è di dedicarsi in toto al lavoro, e cioè di fare quello che, diversi secoli dopo, Freud definirà sublimazione della pulsione sessuale. Così, messe via le idee suicide, all’alba Valerio va al porto per arruolarsi come marinaio. È di buona costituzione e di muscolatura rapida, e si è sempre ammalato di rado; e preferisce fronteggiare mille pirati al largo di Creta, piuttosto che Aurelia ancora una volta.

E Aurelia, intanto, scruta la strada dalla finestra in cerca di Valerio tra la gente, e adesso che è scomparso, pensa che quel ragazzo in fondo le è molto caro; migliore di tanti altri spasimanti, dei quali nessuno ha mai dormito sotto la sua finestra. Forse perché Venere la sta punendo per la sua crudeltà, adesso vuole solo rivedere Valerio, e si mette a sedere e scrive di getto una missiva, poi fa chiamare Filenia.

«Va’ a cercare Valerio e consegnagli questa. Corri! – le ordina – e non tornare senza risposta.»

Filenia ne è lieta, perché ha pregato la divinità romana dell’Amore, e questa l’ha ascoltata. La schiavetta ama la signora, anche se le riconosce quella cattiveria tipica delle bimbe viziate, ma adesso la voce di Aurelia suona triste e speranzosa, senza più il solito disprezzo. E nonostante la schiena le bruci ancora per le frustate, Filenia si precipita in strada.

Chiede al cestaio e al panettiere dove sia il ragazzo che ha dormito sotto casa, e uno di loro dice di averlo visto che si aggirava ubriaco presso del Giardino, poi incontra un vicino che lo conosce, e si fa accompagnare a casa di Valerio. E qui, una bambina dagli occhi di lacrime spiega che suo fratello partirà per mare. Filenia ritorna con la notizia da Aurelia, che manda la schiava a cavallo al porto.

È pomeriggio e soffia il vento; al porto Filenia riconosce Valerio che sale sulla passerella.

«Amico mio, aspetta! Ho un messaggio per te.»

Valerio si volta. «Ancora tu. Che vuoi?»

«Ho qui un messaggio per te, te lo manda Aurelia.»

«Crudele come una pantera, Aurelia…»

«Non crederlo, amico: ora ti vuole – piange Filenia – Leggila, ti prego, e dammi una risposta.»

«Te la darò tra poco» e si sporge per raccogliere la missiva con due dita.

Filenia si siede su un barilotto, e attende in lacrime pregando la dea romana dell’Amore. Sul ponte, Valerio tira fuori dalla saccoccia la conchiglia dalle spine macchiate del suo sangue, e fissa – senza ancora aprirla – la missiva umida che tiene tra l’indice e il medio, e si chiede se valga la pena di inghiottire ancora il veleno di quel calice. Certo, Valerio è curioso e vuol vedere fin dove arriva la meschinità di certe donne, ma lo aspetta un viaggio molto faticoso, e al canto delle sirene preferisce la serenità.

E dalla banchina, Filenia si volta al tonfo della conchiglia che Valerio ha lanciato via, e poi vede la pergamena che poggia sull’acqua e affonda inflaccidita in un alone d’inchiostro. Levati gli ormeggi e distesi i remi dalle fiancate, la nave si allontana dal porto.

Con le braccia sul davanzale, e il viso poggiato sulle braccia, Aurelia spera e sospira.

 

Così si concluse la storia di amore e fraintendimento tra i giovani Aurelia e Valerio. Quanto a Ovidio… lo avevamo lasciato sulle sponde del Mar Nero, insieme ai barbari scatenati. È ancora lì, e due ragazze scite dai capelli arruffati, selvagge e mezze nude, lo abbracciano e gli leccano la mandibola e le orecchie; e Ovidio ammicca muovendo le sopracciglia: forse può aver perso il favore di Augusto, ma di sicuro non è uno stupido.

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