Idee per scrittori – come inventare storie a partire da Rabbia o Paura o Brame.

E ora qualcosa di completamente populista.

Se sei a corto di idee per le tue storie, ho il piacere di darti un paio di consigli su come trovare ispirazione. In questo articolo vedrai come sfruttare le tre emozioni più forti dell’essere umano per dare inizio a un racconto. Queste emozioni sono Rabbia, Paura e Brama.

Facci caso: pensa a quei furbacchioni che inventano notizie false sugli immigrati per avere visualizzazioni e soldi: puntano proprio su queste tre Fiere che abitano la selva oscura della nostra psiche. A volte basta anche solo un titolo per suscitare in noi un sentimento così forte: il trucco sta nel saper arare il giusto terreno, seminare, fertilizzare e raccogliere.

Ricorda: non abusare di questi tre sentimenti per ottenere facile consenso. La ricerca ossessiva di likes conduce al Lato Oscuro. 

 

RABBIA

Partiamo dalla rabbia. Definiamo la rabbia come quel sentimento di vendetta che ci nasce dentro in seguito a un’offesa subita da noi o da persone che ci sono care. Per il bufalari la rabbia è oro; like e condivisioni e soldi come se piovesse, e se si tratta di politici, anche voti.

Per suscitare la rabbia con un racconto, pensa nell’ordine ai seguenti elementi: primo, una vittima con cui il tuo lettore possa identificarsi; secondo, un contesto in cui la vittima tiri a vivere con difficoltà; terzo, uno o più offensori che incarnino le antipatie del tuo lettore; quarto, l’offesa vera e propria, che meno sarà giustificabile e più sarà odiosa.

Eccoti un esempio:

Franco è un insegnante precario di Lettere che ha finalmente ottenuto una tanto desiderata supplenza in una scuola della periferia di Roma.  

La scuola in cui andrà a insegnare è sotto la dominazione di Angelo e i suoi scagnozzi, un branco di scimmioni senza neanche un pelo di barba, ma che conoscono a memoria ogni battuta di Genny Savastano. La politica del preside è ‘vivi e lascia vivere’, perché le iscrizioni sono poche e la scuola non può permettersi di bocciare. Franco terrà la sua supplenza proprio in classe di Angelo e dei suoi amici.

Il giorno in cui Franco prende servizio, Angelo entra in classe parlando al telefono e fumando; è un ragazzo corpulento e imponente, ma ha il viso del bambino che mangia troppe merendine. Se ne va alla finestra e continua a fumare e a grufolare al telefono dei fatti propri come se niente fosse; Franco tenta con le buone di farlo accomodare, ma Angelo lo zittisce con nonchalance; gli altri ridono. Allora Franco, irritato, gli toglie la sigaretta dalla bocca e lo manda a posto urlando.

Angelo afferra Franco per il bavero della giacca e gli molla due ceffoni, sbraitando frasi in napoletano – che gli viene male, perché in realtà è cresciuto ai Parioli – e poi lo spintona a terra e lo prende a calci. Gli amici di Angelo si alzano e ridono e incitano il loro capetto a colpire più forte mentre filmano e condividono. Gli altri della classe stanno in silenzio. Finito il pestaggio, Angelo sputa addosso a Franco, riprende lo zaino e se ne va. Franco va dal preside, il quale alza le spalle e consiglia di lasciar perdere, facendo intendere che se Franco sporgerà denuncia, la scuola si tirerà fuori.   

Da qui possono nascere diverse storie. Ad esempio, Franco può denunciare davvero l’accaduto e lottare tanto in tribunale con le famiglie dei teppisti quanto a scuola con l’ottusità del preside omertoso, oppure – se sei in vena di una tarantinata – immagina che Franco di cognome faccia Castello e inizi una crociata sanguinosissima contro Angelo e i suoi scagnozzi.

Se vuoi provare l’ebbrezza dell’ira e conseguente vendetta in Letteratura, leggi Il Conte di Montecristo, o se preferisci qualcosa di più recente prova Il Seggio Vacante, scritto da J. K. Rowling prima che svendesse la penna a Hollywood.

Riparti da una storia che ti ha fatto rabbia e chiediti cosa, di tale storia, ti abbia urtato. Cerca il momento in cui hai sentito i nervi della la testa in fiamme, e scrivi il tuo racconto.

 

PAURA

Definiamo la paura come il timore più o meno intenso di subire un danno, o peggio; perché vi sia la Paura, dev’esserci il sentore di quel danno, ed ecco perché le storie horror abbondano di cimiteri, e ululati lontani, e nebbia: serve tutto a richiamare il danno supremo, la morte.

Se, come me, sei un po’ sadico, non troverai niente di più soddisfacente del traumatizzare i tuoi lettori con vividissime scene di crudeltà e terrore. Il Signore della Paura in persona, Stephen King, spiega che suscitare la paura nel lettore è come praticare una leva articolare: trova il punto di pressione del tuo avversario e torciglielo con tutta la tua forza. E non c’è niente di più pauroso, per un uomo, che fronteggiare la sua stessa mortalità.

Per evocare la paura nell’animo di un lettore, immagina anzitutto un protagonista che sia una persona comune, e quindi vulnerabile, proprio come te, e rendilo simpatico – altrimenti il lettore vorrà vederlo morto – poi inseriscilo in un contesto dove ci siano tanti indizi del pericolo che corre, o se vuoi conservare la sorpresa, pensa a creare un ambiente cupo, che metta a disagio il lettore. A questo punto crea il pericolo pezzo dopo pezzo; evita di far saltare lo zombie fuori dalla botola all’improvviso: usa immagini sensoriali che anticipino l’apparizione, come i cigolii dei passi, i lamenti cavernosi, l’odore dolciastro di carne in putrefazione… e poi fallo sgusciare fuori dal sepolcro!

Quello che ho scritto potrebbe essere l’inizio di un seguito del mio Dragon Town:

Giada si è appena trasferita nella Capitale per frequentare l’Università, Facoltà di Architettura. Viene dal meridione, e i suoi genitori non sono contenti della scelta di Roma, città caotica e popolata di gente che non ci sta con la testa. Giada cerca di tranquillizzarli: a Roma vivono tre milioni di persone e migliaia di loro sono studenti come lei; perché mai dovrebbe succedere qualcosa di brutto proprio a lei?

Giada affitta una stanzetta in zona San Lorenzo, in uno stabile fatiscente, al piano terra. L’immondizia tiene lontana la maggior parte dei passanti, l’illuminazione pubblica viene e va. A cento passi dal portone di casa c’è una fermata del bus, ma vi passa soltanto una linea, e spesso salta le corse. Il padrone di casa si raccomanda con lei di uscire il meno possibile di sera. Giada spera che la sua domanda per un alloggio al collegio venga accolta al più presto. 

Nel giorno in cui dovrebbe iniziare a frequentare le lezioni, mentre attende alla fermata un bus che non arriva, viene giù un diluvio, e la strada è tutta allagata, e dai tombini straripa l’acqua fognaria. Giada ha solo un paio di scarpe da ginnastica estive, e l’acqua le penetra fin dentro le unghie dei piedi. Si copre con la giacca, cerca di ripararsi la testa, ma si inzuppa e il suo bel caschetto le si appiccica sugli occhi. Di venditori ambulanti di ombrelli, che spuntano dal nulla alle prime gocce, non se ne vedono. Piove così forte che quasi non si vede la strada, e la fermata successiva e a due isolati da lì. Sarà un disastro, ma è il primo giorno e preferisce andare all’Università, così va alla fermata successiva, ma un furgoncino le sfreccia accanto e la infradicia.  

Giada sbraita e fa gestacci, e vede i fari posteriori del furgoncino illuminarsi nella pioggia; l’autista fa marcia indietro e le si ferma accanto. Lei è gelata dalla paura, ora come minimo quel burino la insulterà. Si abbassa il finestrino, e appare un grassone col naso da maiale e il mento di un pesce palla, di quelli velenosi. «A stronze’, ma che è c’hai detto a mia madre?» Giada lo ignora e tira dritto; si gira e vede che il furgoncino la segue, lento. Non c’è nessuno in strada, e lei è fradicia, e quasi non ci vede. C’è un negozio aperto, e ci si infila dentro. Il furgoncino supera il negozio. Sentendosi sollevata, si rende conto di essere entrata in una macelleria minuscola, tetra, con un solo bancone che contiene pochi pezzi di carne bruna. Dal retro viene un tizio ossuto, con una testa enorme e un paio di occhiali opachi, che strofina la lama di un coltellaccio su un affilatoio. «Ciao, a regazzi’. Che te servo?»   

Alle spalle di Giada qualcuno chiude la porta, e scatta una chiave. Si volta: è il tizio del furgoncino. «T’o dico io che je devi servì, a questa – fa il grassone con un brutto sorriso – mo je servimo n’inforcata d’educazione.» Il tipo con gli occhiali opachi ride e affila la lama del coltello; il grassone fa calare la serranda del negozio. Per Giada, il primo giorno da studentessa si tramuta nel suo ultimo giorno da essere umano.

La frase finale, volutamente vaga, lascia immaginare al lettore il destino di Giada, ed evito di descrivere le torture e le mutilazioni che i due le infliggeranno, perché scadrei nel ridondante e nel gratuito, un po’ come quando certi scrittori descrivono le scene di sesso, come se non sapessimo come funziona.

Personalmente, se voglio fare paura evito vampiri, lupi mannari, zombie e sovrannaturale in generale, anzitutto perché la moderna narrativa ha seviziato queste creature togliendo loro ogni alone di mistero, e poi perché a me fa più paura l’uomo reale. In Dragon Town ho già affrontato il tema del cannibalismo, descrivendo un inferno dove gli esseri umani perdono ogni dignità e diventano animali da mattatoio: riesci a immaginare un destino più degradante dell’essere seviziato, torturato, lavorato, mangiato e infine… digerito?

Non pretendere di provocare nel lettore spaventi come al cinema, perché nei libri non c’è una colonna sonora che aiuta, né puoi contare sul ritmo serrato del montaggio. Devi fare tutto da solo, e la Paura che otterrai non sarà un semplice ed effimero spavento, ma pura angoscia che può durare anche ore, e che spesso il lettore rivive di notte, negli incubi. Devi puntare a questo, e se ci riuscirai sarà una gran soddisfazione.

Per fare paura al lettore devi sapere cosa fa paura a te per primo. Rispondere è difficile, ma se avrai abbastanza coraggio, potrai partire dalla tua paura e trasformarla in una storia.

 

BRAMA

Tra i sentimenti presi in analisi, di sicuro questo è il più piacevole da affrontare. Tutti bramiamo qualcosa; le brame e la sofferenza che ne deriva sono alla base della vita su questo pianeta, e forse anche su qualche altro. Ci sono cose, poi, che non potrai ottenere mai, nemmeno se ci lavorassi mille anni: i milioni di Chiara Ferragni in banca, per esempio, o la stessa Chiara Ferragni di fianco a te nel letto. Puoi sempre scrivere una fanfiction in cui l’Influencer dagli occhi cerulei si innamora di te, molla Fedez e ti segue a casa, ma in questo caso ti consiglio di non farla leggere a nessuno.

Uno scrittore che ha fatto la sua fortuna descrivendo cose che pochissimi lettori hanno sperimentato è Ian Fleming, il padre di James Bond. Avventure mozzafiato, complotti contro la sicurezza nazionale, tante esplosioni e poca biancheria intima, alcolici di qualità, tabacco pregiato e cibi gourmet. A tutto ciò aggiungi che chi pratica i vizi di Bond non arriva ai sessanta – e infatti Fleming stesso, che aveva gli stessi gusti del suo figlioccio di carta, è morto a 56 anni. Se vuoi stimolare le brame dei tuoi lettori – avidità, lussuria o violenza che sia – indugia pure, e non preoccuparti delle conseguenze che avrebbero nel mondo reale.

Le brame sono tante quanti sono gli esseri umani sulla Terra. Devi rendere vivide le descrizioni, se vorrai accendere il desiderio nell’intimo di chi legge: quando ascolti o leggi una parola relativa a uno dei cinque sensi, il tuo cervello risponde all’illusione letteraria come per un ricordo.

Immagina una bistecca alta due dita, con la crosticina abbrustolita di fuori, ma ancora rosea all’interno, grondante succhi, così tenera che il coltello la penetra come burro, succulenta al punto da diventare una crema quando la metti in bocca… è come se ricordassi di aver mangiato questa bistecca. Ora, questa bistecca in particolare proviene dal costato di Giada, ma il punto è che tu ci penserai come se l’avessi mangiata davvero.

Se vuoi giocare con le brame degli esseri umani, parti da un desiderio che ti sta a cuore, e sviluppalo come se fosse accaduto davvero. Abbozzo una storiella facile facile, prendendo a prestito personaggi non miei. Userò un personaggio dei fumetti che apprezzo e di cui bramo avere i poteri, e degli antagonisti tratti da un’altra opera televisiva che odio e di cui bramo una fine cruenta e umiliante.

Dopo essere stato infettato dal simbionte alieno, e aver intrapreso la carriera di violento vigilante col nome di Venom, il reporter Eddie Brock viaggia fino in Italia, a Scampìa, per seguire un'inchiesta sul narcotraffico della Camorra: le sue indagini lo porteranno a scontrarsi con il clan dei Savastano.

Peccato che non possa usare nessuno di questi personaggi, perché mi divertirei un mondo a scrivere di Venom che stacca con un morso ‘a cap’e sfaccimme di Genny Savastano.

E ora tocca a te! Recupera le tue brame più recondite e rendi il tuo racconto lo Specchio del tuo lettore.

 

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