Semifreddo alla vendetta con glassa di veleno: invito alla lettura de “Il Conte di Montecristo”

Francia, 1815; un marinaio marsigliese dalle belle speranze sta per sposarsi e ottenere una promozione, ma due suoi rivali invidiosi e un magistrato arrivista riescono a farlo arrestare con l’accusa di bonapartismo. In prigione, il giovane incontra un geniale umanista che gli rivelerà il segreto di un tesoro nascosto. Evaso, trascorrerà gli anni successivi a preparare un’implacabile vendetta.

Ci sono romanzi che si conoscono pur senza averli mai letti (ma è sempre meglio leggerli) e Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas padre (1802-1870) è uno di questi. Il Montecristo è il massimo esempio di feuilleton (“romanzo d’appendice” in italiano), racconti pubblicati a puntate sulle riviste di fine XIX secolo.

 

Perché piace ancora oggi

Il segreto del successo del Conte di Montecristo risiede nel suo profondo populismo. Il periodo in cui scrive Dumas precede di pochi anni le rivoluzioni liberali del 1848 (la “Primavera dei Popoli”) e decide di ambientare il romanzo tra il 1815 e il 1838, cioè tra l’inizio della Restaurazione dell’Ancien Régime (col Congresso di Vienna) e la sua fine; e motore dell’ingiustizia che rovina Edmond è proprio l’accusa fasulla di bonapartismo, mentre Danglars e Mondego e Villefort, i tre villain del romanzo, raggiungono posizioni di rilievo proprio nell’ambito di quel sistema sociale, l’Ancien Régime restaurato appunto, tanto avversata dai princìpî rivoluzionari.

Il lettore moderno non prova più risentimento politico verso i re Borbone, eppure partecipa con somma gioia a ogni tappa della vendetta finale del Conte. Dumas sa come costruire l’empatia – sentimento universale – tra i lettori di ogni epoca e i suoi eroi, giocando proprio su uno di quei sentimenti forti, la rabbia, di cui ho già trattato.

All’inizio della vicenda, Edmond Dantes è un marinaio semianalfabeta onesto e lavoratore, e ama e viene amato da Mercedes, che sta per sposare. Viceversa, i suoi futuri traditori sono corrosi dall’invidia: Danglars, suo collega, detesta Edmond per la promozione a comandante della nave, mentre Mondego è innamorato di Mercedes; il terzo nemico, l’avvocatino rampante Villefort, non ha motivi di risentimento nei confronti di Edmond, ma vede nella falsa accusa di bonapartismo al ragazzo un’occasione per lanciare la sua carriera alla corte del nuovo re Borbone; l’arrivismo ipocrita di Villefort, che piega la Giustizia alla sua ambizione, ce lo rende ancora più odioso.

Pane per i denti dell’uomo comune, il quale vive ogni giorno in un mondo dove invidiosi e arrivisti spadroneggiano indisturbati, e dove molto spesso i funzionari pubblici rovinano la vita ai cittadini per desideri personali. Chi non ha mai sognato di vendicarsi in maniera lenta e crudele del proprio collega dispettoso, o del giudice che si è fatto corrompere a nostro svantaggio?

Di certo il personaggio che forse più di tutti lascia il segno è l’Abate Faria. A lui, noi lettori dobbiamo il topos della fuga dal carcere attraverso una galleria scavata a mano. Tale espediente è stato ripreso e parodiato infinite volte, ed è stato persino messo in pratica, con successo, ad Alcatraz nel 1962. Ed è all’Abate Faria che Edmond deve l’informazione del tesoro nascosto sull’isola di Montecristo, ma più di tutto, Edmond deve a Faria la conoscenza. Negli anni che passano in prigione insieme, l’abate – un genio scientifico e umanistico – condivide col giovane semianalfabeta tutta la sua cultura, e di fatto lo rende libero: il dono massimo che un uomo possa fare all’altro.

L’Abate Faria è il mentore che tutti vorremmo avere.

Perché potrebbe non piacere

Dumas completò Il Conte di Montecristo nel 1844, e lo fece pubblicare in diciotto parti sul Journal des débats nei due anni successivi. A noi oggi tocca leggerlo in volume unico, che raggiunge e supera le mille pagine. È un romanzo oltremodo lungo, e si sa, mega biblìon, mega kakòn, “grande libro, grande male”. I libri troppo lunghi sono odiosi, MA non è il caso del Montecristo, perché Dumas non segue solo la vicenda del Conte. L’autore spezza e inserisce intermezzi – legati alla trama principale dai temi del sopruso e della vendetta – che rendono il romanzo una sinfonia. Di fatto è si tratta di una ricca epica in prosa che imprigiona a sé.

Per molti versi, Montecristo condivide tematiche simili ai nostrani Promessi Sposi (l’ingiustizia iniziale, i soprusi delle classi superiori sui popolani, la redenzione…). Alessandro Manzoni, però, scriveva per un pubblico colto e aveva curato l’edizione finale con ossessiva precisione (e chi ha studiato Filologia Italiana lo sa bene). Alexandre Dumas è molto più raffazzonato, e non sono pochi gli stereotipi più o meno noti e le incongruenze interne alla storia.

Come ha scritto Umberto Eco, “è senz’altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti, e d’altra parte è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature”.

Mal scritto, forse, ma appassionante e dinamico e avvincente, senza dubbio.

 

Curiosità

La storia di Edmond Dantes è reale. Agli inizi del XIX un ciabattino francese di nome Picaud venne accusato di essere una spia inglese da tre amici invidiosi. Picaud trascorse nove anni in galera, nel forte di Fenestrelle (sic, il presunto campo di concentramento sabaudo per meridionali, come vorrebbe farci credere Pino Aprile). Qui, Picaud incontrò un prete italiano, il quale lo nominò suo erede e gli rivelò la posizione di un ricco tesoro nascosto a Milano. Tornato in libertà, Picaud utilizzò quel denaro per compiere la sua vendetta, rovinando e uccidendo i suoi traditori, uno alla volta.

Quando si dice che la vendetta si serve fredda, possibilmente con la glassa al veleno.

L’Isola di Montecristo

 

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