Va’, Terrore, su ali squamate – Un’avventura di Joao Saramago e del professor Von den Heiligen

Era febbraio, e ci chiamò Marco, insegnante che vive a Stresa, e amico del Prof. Ci chiedeva di raggiungerlo al più presto, perché erano scomparsi tre ragazzi della sua scuola, e dati alcuni elementi del caso, necessitava dell’esperienza di Von den Heiligen nelle faccende occulte.

«Ti ho inviato un video – disse Marco al telefono – così capirai perché ci servi, qui.»

Nel video – fatto di notte in un bosco – distinguevo a malapena le sagome degli alberi. Colui che aveva fatto le riprese stava correndo, e singhiozzando, incitava gli amici a sbrigarsi; correvano nella notte e piangevano, e delle loro voci intuii che erano giovani e terrorizzati; e a pochi secondi dalla fine del video, uno stridio nauseante mi gelò il fiato.

Von den Heiligen esaminò il video, pugno sulle labbra, poi decise di partire in giornata; riempì con strumenti misteriosi la borsa a tracolla – simile a quella dei corrieri a cavallo – e mi diede un’ora per recuperare gli abiti più pesanti che avessi, e infine partimmo.

Con la Lybra del Prof impiegammo dodici ore fino a Stresa (unica pausa a Vasto). Arrivammo al Lago Maggiore che avevo le ossa in gelatina, e battevo pure i denti. Indossavo due tute una sopra l’altra, e sotto avevo mantenuto pure il pigiama, eppure tremavo.

«Che esagerato che sei, Jojo – sogghignò il Prof – siamo ancora in Italia, mica in Siberia.»

«Sono cresciuto in Brasile, Prof, e sono abituato a latitudini molto più basse delle tue.»

Sfrecciammo tra la campagna colpita dalla zappa dei contadini e la costa del Lago Maggiore, e il navigatore ci condusse presso una serie di villette a schiera, dove ci fermammo. Il Prof scelse l’indirizzo numero 12 e bussò facendo ta-ta-rata-ta-tat-tà con le nocche sulla porta: venne ad aprirci un ragazzo sui trent’anni, occhialuto, dal colorito nordico e dai modi composti; lui e Von den Heiligen si somigliavano, ma il primo aveva le spalle più larghe, e questo perché il Prof preferisce mille volte scendere per l’Inferno che allenarsi in palestra.

«Ciao, Zap!»

«Benvenuti nel profondo Nord.»

E il Prof mi presentò a Marco – detto Zap.

Qualcuno ci salutava dall’alto: era una ragazza – dall’aspetto nordico pure lei – che maneggiava un binocolo.

«Vedo che c’è anche Clara – disse il Prof – ma che ci fa sola sul tetto?»

«Visto quello che è successo – rispose Zap, grave – abbiamo iniziato a fare turni di vedetta.»

Ci riunimmo tutti e quattro in casa e prendemmo una bella tisanina calda in tinello.

«Venire qui in macchina sarà stata una faticaccia – osservò Clara – perché non avete preso l’aereo?»

«All’aeroporto avrei dovuto dare troppe spiegazioni» disse il Prof, e scostò un lembo della giacca, mostrando la fondina in cui riposava la fidata Trinità, una Colt Walker dallo stile spaghetti-western.

«Ma… intendi usarla?»

«Prima regola di Cechov: “se mostri una pistola all’inizio del racconto” eccetera…»

«Cavoli! – sospirò Zap, prendendo Clara per le spalle – Io ho paura che sia già tardi.»

«Manteniamo la calma – fece il Prof – anzitutto, da quanti giorni non avete notizie dei ragazzi?»

«Da tre giorni; da quando hanno ritrovato il cellulare – disse Clara – nel bosco sul Mottarone.»

«E come stanno conducendo le ricerche?»

«A singhiozzo, ogni tanto inviano una muta di cani.»

Parere dei Carabinieri, Sciascia, Palumbo e Gangemi stavano mettendo in scena uno scherzo dei loro; gestivano, tra l’altro, un canale YouTube su cui pubblicavano crudeli candid camera a tema horror. E Clara, che era stata loro insegnante, conosceva la loro tendenza a fare gli idioti: una volta li aveva sorpresi in classe mentre intrattenevano i compagni con una tavola ouija.

«Anche noi pensavamo a uno scherzo– disse Zap, indicando sé e Clara – però… quattro giorni…»

«Nessuno di loro risponde – aggiunse Clara – neanche agli amici che di solito fanno da complici.»

«E poi quel verso – continuò Zap – nessun esperto riesce a identificarlo.»

«È… spaventoso!» sussurrò Clara.

Von den Heiligen sorseggiò la tisanina. «Avete una strige» rivelò.

«Iniziamo a preoccuparci?»

«Fareste meglio.»

E Von den Heiligen ci descrisse le strigi mostrandocene l’incisione dal suo antico bestiario trecentesco. Dal latino strix, sono come arpie, con testa e torso femminili e ali di rapace; spesso sono figlie di fanciulle che hanno subito violenze, e succhiano l’essenza vitale dei giovani, ed emettono stridii affilati come pugnali, che lacerano i timpani come se fossero di carta.

«La buona notizia è che consumano le loro vittime con parecchia calma» concluse il Prof.

«Figuriamoci la cattiva, allora…» sospirò Zap.

«La cattiva è che domani sarai in piedi all’alba.»

Ci coricammo presto, ma nessuno di noi riuscì a chiudere occhio, a parte il Prof.

 

Uscimmo di casa all’orario in cui si va a caccia la domenica, al primissimo sole, e aggiunsi un quarto strato di flanella alle tute e al pigiama che già indossavo: tremavo non più per il freddo, ma per paura di trovarmi di fronte alla strige. Stivaletti da trekking e bomberino e zainetto da escursione; sembravamo dei comuni campeggiatori, tranne Kosmos: lui indossava come sempre scarpe modello Oxford, jeans pesanti, dolcevita, giacca di pelle e tracolla, ma ignoravo il numero di pigiami che aveva sotto gli abiti per non congelare all’istante. Ci andavamo tutti, anche se Zap aveva insistito con Clara perché lei restasse a casa, e ci era mancato tanto così che Clara non gli cavasse un occhio dalle orbite.

Parcheggiamo la Lybra alle pendici del monte Mottarone, e ci addentrammo nei suoi meandri frondosi. Dal fianco del Mottarone hai la vista del Lago Maggiore, che mi fermavo a fotografare, mentre Clara mi faceva da guida e mi illustrava la storia di Stresa per stralci, e visto che ero l’assistente di un acchiappa-fantasmi, mi raccontò una storiella diffusa in città. È una storia di virtù violate e di prepotenza, un po’ come nei Promessi Sposi; anche il periodo e la zona sono gli stessi del Romanzo, ma cambia il finale.

Nell’epoca in cui gli spagnoli spadroneggiavano sul territorio, a Stresa viveva una fanciulla chiamata Letizia; di lei s’incapricciò il solito signorotto con l’ossessione dei simboli di dominio a forma fallica, e lei venne costretta a sposarlo in cambio di vantaggi economici per la famiglia povera; ma alla fine Letizia fuggì, esasperata dalla depravazione dell’uomo, e si rifugiò in una grotta, da cui non uscì mai per paura del signorotto, che si vendicò sulla sua famiglia.

«Dicono che a volte si possono sentire i suoi singhiozzi.»

«Forse fu vittima della strige.»

E mentre prendevo la mira per scattare un’altra foto al Lago, calpestai qualcosa di molliccio: avevo inzuppato lo stivale in una pozza di mucillagine collosa e rossa come muco sanguinolento. Coi conati in gola – quella roba puzzava come carne marcita in frigorifero – chiamai il Prof; e questi la tastò, e se ne strofinò una goccia tra indice e pollice, annusandola.

«Cos’è?» chiese Zap.

«Guano di strige.»

«Ma che schifo!» sbottò Clara, e gonfiò le guance.

«Come qualunque altro animale vivente – disse il Prof – anche le strigi si liberano appena sveglie.»

E lasciando volentieri agli altri il compito di trovare altre tracce di cacca di demone, io mi addentrai in una macchia di larici per ripulirmi le narici col fresco alpino, e stavo respirando a tutta forza quando percepii dietro la mia spalla sinistra una presenza; girai intorno a un peccio, e vidi una giovinetta abbigliata come per una rievocazione rinascimentale. Pregava in ginocchio dandomi le spalle, e capii cos’era davvero quando si voltò per sorridermi: i fantasmi conservano l’immagine che hanno nell’istante della morte, ma lo scheletro brilla sotto l’ectoplasma.

Gridai il nome del Prof, e di Zap, e di Clara, forse tutti insieme, confusi.

Intanto il fantasma fluttuava da me, e mi indicava una via a destra; poi evaporò.

Finalmente, Von den Heiligen e Zap e Clara mi raggiunsero. «Che hai da urlare, Joao?»

Proposi di andare a destra, in mezzo alle radici sbucate dal terreno come serpenti pietrificati. Penetrammo nel folto della vegetazione, e cinquanta passi dopo trovammo la bocca di una caverna, chiusa da un groviglio di rami e rametti, simile a un grosso nido di rondine.

Avvertimmo tutti lo stesso sentore di guano demoniaco.

«Ottimo lavoro, Jojo – fece il Prof – bravo.»

Zap fece rotolare il “nido” di lato insieme al Prof, e questi si sporse nell’apertura.

«L’odore è forte. Andiamo giù.»

«E se… se la padrona è in casa?» fece Zap.

«Contavo proprio su questo – spiegò il Prof – di mattina dorme, e ucciderla sarà più semplice.»

«Be’, sono contento di esserti amico – fu il commento di Zap – sei un assassino mancato.»

Caricammo le torce.

«Clara – fece Zap caricando la propria – lo capiremmo se tu volessi tornare…»

Clara era già con un piede nella grotta. «Riusciamo a muoverci prima che faccia buio?»

Discendemmo nel budello umido per venti metri, nell’ordine: Prof e me, e Clara e Zap. Ci appoggiavamo alla parete sulla nostra destra, perché rischiavamo una dolorosa scivolata a ogni passo, e poi quell’odore di carne marcita nel frigo aumentava a ogni metro insieme al gelo. Risalivano fischi sinistri e spifferi minacciosi, e la luce del mattino si rimpiccioliva sempre più.

Al termine della discesa, ci ritrovammo entro una camera dalle pareti intoccabili, celate dalle tenebre; ci pioveva addosso l’umidita muffosa, come se gironzolassimo per lo stomaco pietroso di un titano. Rinvenimmo una ricca collezione di scheletri, ammassati uno sull’altro, perlopiù animali, ma diversi erano umani; indisturbata, la nostra strige aveva mietuto vittime per secoli: una carcassa vestiva l’uniforme dell’esercito napoleonico.

Clara quasi inciampò su uno scheletro lontano dal mucchio, avvolto da una sindone di ragnatele: i femori giacevano divaricati, e i metacarpi poggiavano sulle vertebre lombari, dov’era stata la pancia. «Interessante – disse il Prof, esaminando i resti alla luce della torcia – questa era una donna.»

«Come fai a esserne certo?»

«Dall’ampiezza del bacino.»

«È separata dagli altri, come se…»

«Ragazzi!»

Era Zap, che aveva appena ritrovato i tre ragazzi, vivi, in un angolo della grotta; lui e Clara li scuotevano, e tastavano loro la fronte, e li chiamavano per nome. «Scottano!» fece Clara, e uno dei tre riconobbe la sua voce, e la chiamò professoressa.

«Non si reggono in piedi. Portiamoli via – fece Zap con piglio da sergente – prima che…»

Sentii delle gocce cadermi in testa, e mi toccai i ricci: puzzava come il guano! Sollevai la torcia adagio, come a tardare il più possibile quel momento: lei ci sovrastava. Appiccicata al soffitto come un ragno; aveva occhi viscidi e labbra sporgenti come un becco; e le ali ripiegate sotto le ascelle, ricoperte di squame fremevano come se avessero convulsioni.

Ricordo ancora lo stridio: fu come se uno spillone mi penetrasse da orecchio a orecchio.

E il Prof estrasse un oggetto tintinnante dalla borsa – non era Trinità – e lo agitò; e squittendo, la strige zampettò accanto allo scheletro donna, come un cucciolo va dalla mamma. E il prof fece tintinnare ancora l’oggetto. «Dà fastidio?» domandò alla strige con accento sadico; e il demone, appallottolato nelle sue ali, gli rispose con uno scricchiolio dolorante delle fauci.

Zap si caricò Palumbo in spalla, io e Clara trascinammo gli altri per le braccia. E da come soffiava, capii che la strige detestava rinunciare ai suoi adolescenti belli succosi. «Fate presto – fece Von den Heiligen, dando un altro tintinnio – non starà buona per sempre.»

E infatti la strige si avventò contro di lui, e lo spinse sulla roccia, bloccandolo; e il Prof tirò fuori Trinità con la mano libera – l’altra gli serviva a tenere quel becco mostruoso lontano dalle vene pulsanti del suo collo – ed esplose il primo colpo. Rimasi abbagliato come da un lampo, e per diversi secondi sentii soltanto un fischio doloroso.

Con Palumbo sulle spalle, Zap riguadagnò la luce per primo, poi ritornò subito nella grotta, e tolse Sciascia dalle mani di Clara, e lo prese in braccio, e tornò su. Io trascinavo Gangemi su per il budello, ma quello era anche più pesante di me. Nella tenebra, sentivo lo stridore furibondo della strige, e allora un secondo tuono mi intontì; Zap venne da me, e raccolse Gangemi per le caviglie, e lo trasportammo in due.

Eravamo tutti e sei fuori, vivi; Zap crollò, e Clara gli versò dell’acqua sulle labbra.

«Il… il Prof… dov’è il Prof? – ansimai, col fianco che palpitava – dobbiamo tornare a… salvarlo…»

E una massa tenebrosa schizzò dalla bocca della grotta, e quasi mi decapitò con un’ala: la strige si mise a volare in tondo sopra di noi, eclissando la luce mattutina. Quelle ali, come vele di una tetra caravella, ci mantennero nella tenebra, e nel terrore: io mi rannicchiai accanto a Sciascia, e vidi Zap e Clara che si tenevano stretti. La strige crepitò e si lanciò, e un terzo sparo le frantumò l’osso della fronte; e precipitò tra le radici contorte, riversandovi succhi bruni che sarebbe un abuso definire sangue.

Il Prof venne verso di noi strisciando, e ci posizionammo come quattro petali di margherita; uno sfregio nella maglia del Prof rivelava che sotto aveva altri quattro strati di pigiama.

«Cos’hai usato per tenerla buona» boccheggiò Zap.

Il Prof sollevò l’oggetto del mistero: un grosso anello cui erano appesi campanellini di bronzo.

«Un sonaglio, come nella sesta fatica di Eracle.»

«Gli Uccelli del lago Stinfalo…»

«E vengono a dirci che il liceo classico è inutile.»

 

Chiamammo i soccorsi, ma riportammo il cadavere della strige nella sua grotta prima che giungessero. Trasportarono Sciascia e Palumbo e Gangemi in ospedale, dove sarebbero stati denunciati per procurato allarme.

E mentre i paramedici imbragavano i ragazzi, e la Forestale raccoglieva le deposizioni degli altri, mi allontanai, e scorsi il fantasma della fanciulla che sbaciucchiava le gote a una bimba: una bambina bionda e paffuta, col teschio che brillava sotto le guance di ectoplasma trasparente. Entrambe si voltarono a guardarmi e mi sorrisero, e inchinandosi si disciolsero nella luce mattutina.

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