Contrappassi: I Golosi, o la bestia che ti consuma dalle viscere

Gola e sapori, malattie e dolori

A cinquantacinque anni, il signor Omero ne dimostrava almeno cinque di più, grasso com’era. Era sul metro e ottantadue, e nell’ultimo periodo era arrivato a pesare tra i cento e i centootto chili. Lavorava in fabbrica otto ore al giorno, poi il pomeriggio trascorreva quelle due o tre ore insieme agli amici al bar (scolandosi dalle tre alle cinque pinte, dipendeva da chi toccasse offrire) e poi a casa verso le 21,00, a ingozzarsi di carne e dolciumi, a tavola e nel letto. Fumava dalle venti alle quaranta sigarette al giorno – anche qui, dipendeva dal grado di rottura lavorativa quotidiana – e di notte gli capitava di andare in apnea fino a trenta secondi.

L’azienda per cui lavorava impone tutt’oggi visite periodiche, e quella di Omero fu un disastro. Il dottore gli si presentò con un fascicolo gonfio quanto una cambiale, e la faccia di un creditore di vecchia data. «E mi dica – disse il dottore, messosi a sedere – avverte mai disturbi dalla parte del braccio sinistro?»

«Be’, sì, a volte, una specie di pizzico. E poi mi viene l’affanno per nulla.»

«Troppi eccessi, la circolazione del sangue è compromessa.»

«Ah, meno male è solo questo.»

«Come sarebbe “è solo questo”? Lei rischia grosso se non si dà una regolata.»

Il dottore gli prescrisse una cura, e gli impose una dieta: tolse dalla dieta l’alcol, e il fumo, e i grassi, e gli zuccheri, e il sale; in più avrebbe dovuto fare esercizio. A ogni alimento depennato, gli occhi di Omero si seccavano un grado di più, fino a quando non rimasero secchi e vitrei. Quel dottoruncolo pretendeva di togliergli gli unici piaceri che aveva nella sua vita fatta di routine e frustrazioni, e in più gli stava imponendo una nuova seccatura: la palestra!

Omero lasciò la sede della clinica convenzionata intorno alle cinque, e se ne andò direttamente al bar. Si confidò con gli amici, brindando alla loro salute e deridendo quello scoppiato di medico sottopagato. Basta con le sigarette? Omero si fumò un sigaro da far spavento a Fidel Castro. Basta alcol? Quella sera arrivò a scolarsene sette, di pinte; poi ordinò al banco crocchette e olive ascolane e pizzette fritte, e mozzarelline e un cornetto alla nutella bianca, e mangiando sbraitava contro quel “porta-sfiga” del dottore convenzionato.

Lasciò il bar in compagnia di due compari, sudato ed ebbro; rideva e ansimava a un tempo. «Oh, Omero, tutto a posto?» gli chiese uno dei due, quando lo vide grattarsi con insistenza l’interno del braccio sinistro.

«Sì, certo che è tutto a posto.»

«Ci hai la faccia tutta rossa.»

«Ah, ma che ti ci metti anche tu, come quel dottore coglio…»

Omero precipitò di faccia sul marciapiede, rigido come un pezzo di Muro di Berlino nel novembre ‘89. L’ambulanza arrivò con un quarto d’ora di ritardo, e i paramedici spogliarono Omero, gli incrociarono le braccia sul petto, e lo sistemarono nella bara d’acciaio.

 

I Golosi dannati nella Commedia

Nel Cerchio III, Dante incontra Ciacco, un personaggio noto ai fiorentini dell’epoca per la sua fama di crapulone; lo stesso nome “ciacco” pare significasse “porco” in antico fiorentino. Abbiamo poche fonti riguardanti il Ciacco storico, e Boccaccio riprende il personaggio e ne fa il protagonista dell’ottava novella della nona giornata, descrivendolo come «uomo ghiottissimo quanto alcun altro fosse giammai… per altro assai costumato e tutto pieno di belli e piacevoli motti». Secondo la ricostruzione canonica, Ciacco era, in pratica, un parassita di professione che viveva degli inviti ai banchetti, derivatigli dalla sua personalità divertente.

Come gli altri dannati del Cerchio, Ciacco pena stando in una lurida pozza maleodorante, sopra la quale batte una pioggia fangosa, e Cerbero – il mitologico mastino a tre teste della mitologia greca – fa la guardia ai dannati come un demoniaco cane da pastore, e si diverte a strazia e a lacerare i dannati.

 

Leggiamo il contrappasso

Il Canto VI è importante per la discussione che Dante ha con Ciacco riguardo alla situazione politica di Firenze (i Canti VI di tutta la Commedia sono a tema politico), e poco spazio è dato al contrappasso in sé. Inoltre, se la vicenda umana di Paolo e Francesca rappresentava un perfetto exemplum del potere distruttivo della Lussuria, il ruolo di Ciacco come goloso non è definito: non conosciamo la condizione della sua morte, ed è probabile che Dante lo abbia scelto come interlocutore “politico” per la sua valenza grottesca; dopotutto è pur sempre un parassita immerso nel fango che disserta di politica.

Possiamo però provare a decifrare il significato del contrappasso. Anzitutto, la Gola è quel vizio legato all’abuso del proprio corpo: un goloso è colui che è schiavo del piacere sensuale derivato dal cibo e dalle altre sostanze che creano un effetto di dipendenza, come il fumo, o le droghe. Del resto, il legame tra cibo e malattie è noto sin dall’Antichità. Seneca diceva: «Ti meravigli che ci sono troppe malattie? Conta quanti cuochi ci sono». Mi chiedo, a questo punto, cosa direbbe Seneca oggi dopo aver visto una puntata di MasterChef.

Visitare il Cerchio III dell’Inferno è come stare dentro lo stomaco di un ammalato. La fanghiglia maleodorante potrebbe simboleggiare il risultato di una pesante indigestione, ossia un misto infernale di diarrea e vomito che colgono all’improvviso dopo una gozzoviglia a base di alcol e cibo spazzatura.

La pioggia che cade dall’alto e si mescola al fango potrebbe invece rappresentare la medicina che un ammalato ingerisce per calmare i bruciori; quest’ultimo spunto mi è suggerito dal fatto che Virgilio lancia una manciata di poltiglia a Cerbero per calmarlo, ma è più probabile che quest’ultima immagine sia una sorta di easter egg, una citazione al Libro VI dell’Eneide, quando la Sibilla Cumana scaccia lo stesso Cerbero lanciandogli una focaccia.

Cerbero è un elemento fondamentale della lettura allegorica. Gli altri personaggi mitologici degradati a demoni (Caronte e Minosse, e poi Pluto e Flegiàs) non intervengono nel contrappasso, o almeno Dante non ce li mostra influire direttamente sul contrappasso del Cerchio che custodiscono. Cerbero, invece, strazia e squarta i dannati, dunque ha un ruolo nella punizione stessa, e dunque il mastino trifauce non è soltanto simbolo di un impedimentum morale come gli altri guardiani infernali, ma è anche allegoria della Malattia, cioè della conseguenza mortale che deriva dall’abuso del cibo, come potrebbe essere un cancro che squarta e strazia dall’interno il corpo di colui che ne soffre.

 

Cosa c’è di tanto grave nell’essere golosi?

Mangiare è uno dei più bei piaceri della vita. Ci piace associare le belle esperienze, come il primo appuntamento, o il conseguimento della laurea, o il matrimonio, al buon cibo, in modo da rafforzare la bellezza del ricordo al piacere del palato. O ancora, i buoni sapori hanno un effetto salvifico quando siamo dell’umore peggiore.

Oggi c’è molta più attenzione per l’alimentazione rispetto ai decenni passati, e la consapevolezza che il cibo può essere tanto cura quanto veleno è sempre più diffusa. L’abuso di cibo – o di altre sostanze – purtroppo ci consuma dall’interno, e non solo dal punto di vista fisico, ma anche nella mente e nello spirito, si pensi a condizioni come l’alcolismo o la bulimia, condizioni che influiscono anche nella sfera delle relazioni. Non è la sostanza – diceva Ippocrate – a fare il veleno, ma la sua quantità.

Amare il buon cibo e i bei sapori non è un vizio; lo è la schiavitù al palato e l’incapacità di saper dire basta ai sensi. Certo, la padronanza di sé è sempre molto difficile; del resto, come ci ricorda George Bernard Shaw, “le cose belle della vita o sono immorali, o sono illegali, o fanno ingrassare”.

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