Un’offerta che non potrai rifiutare: invito alla lettura per “Il Padrino” di Mario Puzo

Nel secondo dopoguerra, in America, il terzo figlio maschio del più potente boss di Cosa Nostra sceglie di vendicare suo padre, vittima di un attentato; comincerà così per il giovane l’ascesa al potere come Padrino, e la sua discesa verso un inferno di crimine e violenza.

Il Padrino di Mario Puzo è il mio romanzo preferito, in assoluto. E lo so, considerando uno dei miei ultimi inviti alla lettura, può sembrare contraddittorio che il mio romanzo più amato sia lo stesso che ha reso glamour la mafia, ben prima di Gomorra. Il punto è che Il Padrino è un compendio di umanità inarrivabile, e dopo averlo letto non solo ho continuato ad odiare la mafia, ma per la prima volta l’ho anche compresa.

Considerare, però, il Padrino come un “romanzo di mafia” è oltremodo riduttivo.

 L’Humana Tragedia di Michael Corleone

Alla base della vicenda raccontata da Puzo c’è un modello fiabesco: il terzo figlio di un “re” riesce dove gli altri due fratelli hanno fallito, e alla fine ottiene il trono paterno. Il vero Padrino del titolo non è don Vito Corleone, ma Michael, ed è la sua “ascesa-discesa” come Padrino e anti-eroe che viene raccontata.

Quando lo conosciamo, Michael è un giovane americano fiero di esserlo. Ci viene presentato al matrimonio di sua sorella quando è appena tornato dalla guerra – durante la quale si è eroicamente distinto – e ha una fidanzata americana, Kay Adams, due fatti che lo pongono in contrasto con suo padre Vito, siciliano e fiero di esserlo, capo indiscusso di uno “Stato nello Stato”, la Cosa Nostra americana.

Mario Puzo scriveva per lettori americani di classe media, e dal punto di vista del “lettore originario” americano, all’inizio Michael è un eroe, cioè portatore degli ideali simboleggiati dalle medaglie che il giovane italoamericano ha riportato dalla guerra. E sempre dal punto di vista del lettore originario, don Vito è l’Ombra di Michael, cioè ciò che lui non dovrebbe diventare, ossia un immigrato che non ha voluto integrarsi nel sistema e che basa il suo potere sulla violenza e l’illegalità.

Eppure Michael cede e diventa ciò che non avrebbe voluto mai essere: suo padre. Trascinato in un vortice di rabbia e cinismo machiavelliano, inizia con l’uccisione di Sollozzo e McClusky per vendicare il padre, e finisce con l’ordinare lo sterminio dei rivali esterni e interni alla famiglia , durante la professione di fede al battesimo di suo nipote, tra l’altro, quando cioè diventa ufficialmente Padrino.

È una vicenda umana di spaventoso realismo, ed è lo specchio dentro il quale si riflette ognuno di noi: se Medea uccide i figli per vendicarsi di Giasone, Michael rinuncia al suo ruolo di eroe americano per vendicare il padre. Nessuno dei nostri ideali sarà mai al sicuro, se ci facciamo ingoiare dalle Tre Fiere dantesche (rabbia, lussuria e avidità).

La Corleoneide, o l’epos degli italoamericani

Una delle domande cui potrete rispondere una volta letto Il Padrino è “perché esiste la mafia?”, o più in generale, “perché la gente si rifugia nel crimine”? Perché in certi casi il crimine è l’unica soluzione per sopravvivere, soprattutto quando lo Stato Civile non tutela certe fasce di popolazione – o peggio, fa differenze in base all’origine e alla provenienza.

Amerigo Bonasera, il personaggio che apre il film con la frase “Io credo nell’America” (il suo nome stesso suona come “Buonasera, America”) è un esempio delle mancanze dello Stato Civile. Anche il romanzo comincia con Amerigo, in tribunale, mentre assiste impotente alla sentenza del giudice (americano) che assolve i due giovani (americani) che hanno stuprato e sfigurato sua figlia (immigrata italiana). L’America – per la cui retorica Michael si è sacrificato in guerra – fa figli e figliastri, e i tanti italiani che negli anni sono immigrati negli States fanno parte della seconda categoria. Vito, invece, è il Salomone di un regno meno retorico, ma più pratico e giusto, da un certo punto di vista.

Ora, se lo Stato “ufficiale” non ti tutela, e anzi, ti punisce per il solo fatto di non essere americano e protestante (o italiano e cattolico, o arabo e musulmano…) a chi mai potresti rivolgerti per ottenere Giustizia? Allo “Stato nello Stato”, in questo caso alla Famiglia Corleone, il cui giudice supremo crede nella giurisprudenza più spicciola dell’Occhio per Occhio, e i cui avvocati non si affidano ai codici, ma a mazze da baseball e a rivoltelle. È una Giustizia – quella della Mafia – più rapida e soprattutto più sostanziosa, soprattutto per chi è disperato e arrabbiato. Vedere lo stupratore impunito di tua figlia che implora pietà strisciando per terra con le rotule spezzate è di gran lunga più soddisfacente dal punto di vista emotivo. È lo stesso principio alla base delle origini di Batman!

Vito Corleone è l’Enea degli italoamericani, ma se Enea è pio e mosso dal volere divino, Vito ha come unico obiettivo la sopravvivenza. La terza parte del romanzo è dedicata alle origini di Vito Andolini di Corleone, povero figlio della Sicilia costretto a fuggire in America, dove subisce prima l’umiliazione della quarantena – tutti gli immigrati italoamericani dovevano passarvi – e poi le angherie del boss Fanucci e dei datori di lavoro che non lo pagano. In America, gli italiani – soprattutto i meridionali – erano chiamati mozzarella niggers, cioè africani con la pelle bianca. Viene da se che un aitante ragazzo con figli a carico, se messo alle strette, si dà al crimine. E Vito ammazza prima Fanucci, e poi inizia la sua carriera che lo porterà a diventare il primo Padrino della Famiglia Corleone.

Dunque, se facciamo di tutto per rendere impossibile la vita di chi non è bianco, comunitario e cristiano, e rendiamo le persone ancora più disperate di quanto già non lo siano, non meravigliamoci se aumentano crimini e odio.

La Bibbia del romanziere

Lo stile di scrittura di Mario Puzo è lo stile sul quale ho basato il mio personale. Mario Puzo, sebbene sia stato sceneggiatore, non scriveva (male) come quasi tutti gli sceneggiatori che tentano la strada del romanzo. Non seguiva mai la stupidissima regola dello show don’t tell, e non si limitava a elencare una serie di azioni, alternandoli ad aride descrizioni e battute, come fa George Martin (che a mio parere è l’anti-romanziere per eccellenza).

Mario Puzo raccontava, cioè usava la propria voce; e si percepisce per tutto il romanzo. È una voce calma, serena, a tratti ironica, e sicuramente molto cinica e demitizzante, che mostra i personaggi nel loro ambiente naturale, e pian piano, col procedere delle pagine, scava dentro i cuori. Usava poi uno stile semplice, ma personale.

Per presentare i personaggi principali aveva uno schema semplicissimo ed efficace: mostrava il personaggio come appare al di fuori, delineando uno o due dettagli fisici comuni, e aggiungendone uno peculiare (i volti dei Corleone, per esempio, sono descritti come “rozzi Cupidi”) e poi ne dimostrava il profilo psicologico con uno o due aneddoti in forma di rapidi flashback.

Per fare un confronto, George Martin spreca capitoli e capitoli (e volumi) per delineare il carattere di un singolo personaggio – ma si sa, Martin più allunga il brodo e più guadagna, è il suo lavoro – mentre capisci che Sonny Corleone è una testa calda dal cuore d’oro dopo una paginetta e mezzo.

E dire che al Liceo detestavo Il Padrino, perché lo ritenevo causa prima della mitizzazione della mafia; poi l’ho letto e l’ho capito – l’ho fatto mio – e ho strappato il Velo: il Padrino, al contrario, demitizza la mafia, e mostra ciò che realmente è: il rifugio di anime disperate.

Insomma, se vuoi combattere la mafia, devi prima capire perché esiste e come funziona, e puoi cominciare da questo romanzo.

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