Contrappassi: Avari e Prodighi, o le dita appiccicate al nulla

L’unico giudice che non potrai comprare mai

A ottantanove anni, il sior Emilio ansimava sotto le lenzuola, nel letto di una stanza singola della clinica svizzera da duemila euro al giorno. La cannula gli aveva irritato i labbri dello stoma, che gli dava un prurito maledetto, ma non poteva sfiorarsi senza procurarsi un ascesso di pus nella trachea. Respirava ancora, ma aveva quella sensazione infernale di un grosso grumo appiccicato nella gola.

I medici – ne aveva uno francese e ben due tedeschi, e si occupavano solo di lui – tenevano aggiornati lui e la moglie e i suoi figli giorno per giorno: entravano e sorridevano e blateravano dati e valori, e concludevano che presto il sior Emilio sarebbe tornato a lavoro, ma che serviva avere pazienza per altri due o tre settimane. Due o tre settimane rimanevano tali di mese in mese; e tra poco avrebbe festeggiato in quella clinica da nababbo il compleanno per la seconda volta.

Entrò un uomo in nero, dal ghigno sornione e dai lineamenti pallidi; recava con sé un faldone. Si sedette accanto al letto, ed Emilio si limitò a girare gli occhi, continuando a respirare e a gorgogliare insieme. «E ti? Che voi?» soffiò Emilio.

«Buongiorno, sior Emilio. Ho sentito il suo medico, prima. Facciamo progressi.»

«Sì, progressi un paio di balle! Sto morendo…»

«Appunto dicevo che facciamo progressi…» sorrise l’uomo in nero.

«Ma tu… chi sei?»

«Sono venuto a prenderla, sior Emilio. È ora.»

«Mi prendi per il culo?»

«Affatto, sior Emilio.»

A Emilio scappò una lacrima, e sentì gli arti inferiori sciogliersi nello spavento, diventando insensibili. Avrebbe voluto strapparsi quella cannula maledetta dalla gola, e alzarsi dal letto – non importa se era mezzo nudo – e scappare, e urlare “Sto bene, cazzo! Sto bene!” e farsi poi portare dal suo autista in ufficio. Le aziende come la sua, da fatturati miliardari, non si governano da sole, e poi odiava l’idea di lasciar fare il suo lavoro a quei due stupidi figli che aveva, buoni solo a spendere i suoi soldi e a farsi fotografie davanti ai tavoli di buffet.

«Ma tu… tu sei un uomo vero?»

«Che ti aspettavi? Uno scheletro col mantello nero?»

«Be’…»

«Anche io conosco un po’ di marketing, cosa crede?»

L’uomo in nero guardò l’orario dall’orologio appeso sul letto di Emilio, tra un santino della Vergine e il Crocifisso, e sorrise di nuovo. «Bene – disse – direi che possiamo andare. È pronto, vero, Emilio?»

Emilio scoppiò in lacrime. «No! Aspetta ancora un giorno, ti prego…»

«Cosa le serve un giorno in più, ormai?»

«Domani mi daranno il rendiconto semestrale. Voglio sapere cosa sto lasciando…»

L’uomo in nero ci pensò su. «Solo un altro giorno?»

«Scrivi la cifra che vuoi, te la darò, ma ti prego, aspetta solo un altro giorno.»

«Uhm… – fece l’uomo in nero – uhm…» Guardò Emilio, le cui labbra si allungarono in un impeto speranzoso, e poi concluse: «No!»

 

Gli Avari e i Prodighi dannati nella Commedia

Nel Cerchio IV dell’Inferno vengono puniti gli Avari e i Prodighi, cioè coloro che vissero – e morirono – dedicandosi completamente alla ricerca e all’accumulo del denaro, o delle cose che il denaro può comprare. I primi sono interessati perlopiù al denaro, mentre i secondi sperperano il denaro per procurarsi quanto più lusso possibile.

Entrati nel nuovo luogo infernale, Dante e Virgilio sono “accolti” da Pluto, il quale – come da tradizione medievale – deriva dalla mitologia classica. Per gli antichi greci, Pluto era il dio del sottosuolo – dove si forma l’oro – e patrono delle ricchezze; era Pluto, nella loro visione del mondo, a ridistribuire ori e fortune agli uomini. In un suo componimento, il poeta giambico Ipponatte (VI secolo a. C.) accusa Pluto di essere un vigliacco che lo ignora; e il grande commediografo ateniese Aristofane gli dedica un’opera, nella quale si affronta il tema della disparità delle ricchezze, “ingiustizia” che istiga l’uomo ad azioni degne e (più spesso) meno degne.

Dante prende Pluto e lo trasforma nel guardiano del Cerchio IV, conferendogli un aspetto lupino (mettendolo così in relazione con la Lupa della Selva) e gli fa pronunciare un verso tanto celebre quanto misterioso: Pape Satan, Pape Satana, aleppe! Ci pensa il solito Virgilio a rabbonirlo, e i due pellegrini possono procedere.

La pena cui sono sottomessi gli Avari e i Prodighi fa meravigliare Dante circa la creatività della Giustizia Divina: i penitenti sono impegnati in una sorta di ballo, riuniti in due schiere che si fronteggiano, facendo urtare dei pesantissimi massi l’uno con l’altro. Da una schiera urlano «Perché trattieni?» e dall’altra «Perché sperperi?» E Dante, pur non riconoscendo nessun dannato, si accorge che tanti di loro portano la tonsura ecclesiale.

 

Leggiamo il contrappasso

Ciò che risalta subito all’occhio del lettore è l’inutilità apparente della pena. Cioè, i dannati sono costretti a una fatica all’apparenza priva di senso: fronteggiarsi e insultarsi e sbattere l’uno con l’altro un sasso enorme. Ed è nell’inutilità apparente della pena che va ricercata l’ironia dantesca: giacché dobbiamo morire – dice Dante – quanto può essere stupido dedicare tutta la nostra breve vita ad accumulare materia grezza, che – lo si accetti o meno – lasceremo sulla Terra?

Il masso che ogni dannato spinge è il simbolo del denaro e delle mercanzie, cioè mera materia terrestre. L’oro viene estratto dalla roccia, così come i gioielli e l’argento, e di materia lavorata sono gli oggetti che compriamo: se li scomponessimo e togliessimo loro la bella forma che ci attrae, e poi li appallottolassimo insieme, otterremmo un masso non dissimile a quello immaginato da Dante.

Il fatto che molti dannati esibiscano la tonsura… be’, quello è un piccolo sassolino (o masso?) che Dante ha voluto togliersi nei confronti della Chiesa e dei suoi membri meno ligi. Touché, san Francesco d’Assisi, touché

 

Che fa se siamo avari o prodighi?

La proprietà privata è un diritto e nessuno la tocca, né la demonizza. Dante non era certo un comunista, al contrario: Dante è l’ultimo dei grandi pensatori medievali, ma vive alle prime, timide, luci dell’alba dell’Umanesimo, quando si afferma la concezione borghese dell’Uomo quale principale artefice della propria autorealizzazione, che si manifesta soprattutto col successo economico.

L’unico problema che nota Dante è che certa gente è completamente assorbita dalla costante ricerca di ricchezze e lussi, tanto da dimenticare che prima o poi arriva l’uomo in nero di cui sopra, e arrivati a quel punto, guardando indietro, molti potrebbero accorgersi di aver sprecato la propria vita in un inutile ballo, con le dita appiccicate alla roccia, ossia al nulla, perché di fronte alla morte, tutto diventa il nulla. È giusto guadagnare denaro lavorando e spenderlo per procurarsi una certa serenità, ma la serenità non è la felicità. La felicità è altro, ma ne riparleremo nel Paradiso.

E come disse Totò in un suo film: «Non siate tirchio, che tanto se deve morì!»

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